Confine basco

Football Miscellany

Qui ogni bambino vuole diventare un giocatore dell’Athletic (Jose Angel Iribar)



Non compro mai quotidiani sportivi in estate per evitare il lupanare, ululante e sudaticcio, del solito calciomercato globale da ombrellone. Meglio, molto meglio la filiera corta, la spesa a chilometro zero, la valorizzazione del proprio prodotto (alla stregua di ciò che dicevano i nonni di una volta al ritmo del sereno e consueto: “almeno si sa, quello che si mangia”). Insomma, meglio la filosofia dell'Athletic Bilbao. 

Il coraggio dell’Athletic Bilbao. In fondo il culto di questo club si basa sull’iconografia del suo santo di riferimento: Mamete da Cesarea, il fanciullo circondato dai leoni. Le sue fiere erano mansuete, fedeli. Ma ci sono anche belve non devote al martire, la maggioranza, e provano a mordere da ogni lato i lembi della ritrovata Ikurriña. Provateci voi ad allestire una squadra competitiva nella Liga e in Europa avendo a disposizione uno scarno pezzetto di terra affacciato a mezzaluna sul Golfo di Biscaglia. Eppure l’Athletic è sempre lì, lo è sempre stato, nonostante turbolenze antiche e crisi moderne, saldo, sempre in mezzo ai grandi di Spagna seppure di spagnolo abbia solo la costrizione politica. 

L’Athletic di Bilbao è un club tortuoso come le stradine ripide del Casco Viejo, piene di taverne e piccoli musei; angusto come Calle Licenciado Poza, la via che conduce allo stadio dove si sorseggia spumante aspro e si mangiano Pintxos deliziosi; fiero come la consonante h che ne sottolinea l'origine britannica; rosso come i capelli di Javier Clemente, “el rubio de Barkalado”, l’allenatore capace di vestire a festa per due anni consecutivi gli argini ansiosi del Nervion; bianco come le rose deposte dai novizi della cattedrale sotto il busto di Rafael Moreno Aranzadi detto Pichichi, il centravanti dei centravanti; democratico nella miglior formulazione di Thomas Hobbes, “privo di grandi elettori”, con i suoi 30.000 soci rappresentanti delle più svariate classi sociali. 

E alla fine dell’alchimia, l’Athletic è soprattutto orgoglio, non potrebbe essere altrimenti dato l’assunto. L’orgoglio del vivaio sprigionato dai giovani usciti dal centro tecnico di Lezama, autentico cuore pulsante del club, spesso gettati in prima squadra a denti stretti, anima e caviglie, dediti alla causa, talvolta ancora grezzi, imperfetti, sul genere delle sculture di Eduardo Chillida, l’artista basco che lascia al vento e alla pioggia di Euskadi la libertà di modellare definitivamente la sue opere secondo dettami di stile non scritti. 

L’Athletic è aria pura, l’Athletic è briglia in un mondo senza più freni, l’Athletic è un confine che non significa muro ma senso del limite.

Simone Galeotti

Santi Giorni

Football Miscellany

Ne sta arrivando un'altra. Più dolce. L’ennesima onda che bacia di mistero la riva. Ti viene voglia di bagnarti i piedi, di toglierti le scarpe, di farti accarezzare da quell’acqua gelida. Ti viene voglia di chiudere gli occhi, di non sentire più i rumori del porto, le urla dei gabbiani, il mormorio sommesso di gente che passa distratta intorno a te. Percezione di fantasmi. Quelli partiti e non più tornati. Quelli non più trovati. Quelli che a bordo di un enorme transatlantico nero partito da qui, dovevano arrivare a New York e invece il 14 aprile 1912, a 400 miglia a sudest della costa canadese, persero la vita nello scontro contro un enorme iceberg.

La vedetta Frederick Fleet lo vide solo quando era ormai a 500 metri di distanza...
“Iceberg di prua, signore!”
Il primo ufficiale William Murdoch ordinò:
“Tutto a dritta. Indietro a tutta forza..”
La repentina virata a sinistra si rivelò inutile. Trentasette secondi dopo l’avvistamento avvenne l’urto a prua, sulla fiancata destra della nave, sei dei sedici compartimenti stagni rimarranno danneggiati, l’acqua incominciò a filtrare nella nave. Le vittime furono 1517.

Un dramma, ma cosa puoi fare contro il destino? Casomai resta da decidere di cosa abbiamo bisogno. Di sogni o di certezze? Forse di entrambe le cose. Forse è vero che serve un briciolo di sana follia per creare qualcosa che valga la pena essere ricordata. Southampton ci ammaliava con qualcosa di particolare, di vagamente incomprensibile, se si ritiene le geometria applicata all’architettura un qualcosa di simmetrico e socialista.
Il Dell era tutto e di più. Era barocco.
Il Dell era quello che volevi per affermare l’unicità di un luogo e di un culto.
ll Dell era lo stadio dei santi, quelli che ora giocano sulle rive dell’Itchen, cercando la spiritualità delle origini ma che ormai di santità ne hanno sempre meno, come tutti.
Il Dell è stato il primo stadio ad avere installato un impianto d’illuminazione permanente, ed è stato la casa del Southampton FC per 103 anni.



Freddo. Usciamo da quest’acqua che nemmeno lei è più la stessa.

Il Dell con la sua tribuna obliqua. Uno degli ultimi satrapi a cui le concubine del calcio inglese si sono concesse. Investito, abbattuto da un complesso residenziale dove, in un coraggioso gesto di memoria, gli inquilini hanno fatto incidere accanto alle loro porte d’appartamento nomi che si perdono nel vento ma che il vento nel suo ciclo di eterno ritorno fa annusare ancora. C’è anche un Dio. In ginocchio, miscredenti.

Mattew Le Tissier da Guernsey. Troppo francese quel nome. Troppo vicine quelle coste. E lui risente tutti i difetti secolari di Versailles. Aristocratico, elegante, indolente. Eppure un genio, anzi un talento perché il genio fa quello che può mentre il talento fa quello che vuole. Il primo centrocampista a segnare 100 gol in Premier League. Non è l’unico nome. Provate a suonare i campanelli a Bobby Stokes, Ted Bates, Danny Wallace o a Mick Channon. Non vi apriranno loro, tuttavia qualcuno disposto a raccontarvi della sua fede nei “Saints” lo troverete di sicuro.

Vi diranno di un curato che fondò il St. Mary Church young men's (abbreviato in "YMA St Mary") che poi divenne semplicemente S. FC of Mary nel 1887-1888, prima di adottare il nome di Southampton St. Mary finché, nel 1897, fu ribattezzato semplicemente Southampton FC. Ma sì, come no. Vi diranno anche che quel giorno faceva un gran caldo. Un’ondata di caldo anomalo che nel 1976 aveva colpito l’Inghilterra. Inconsueto come quel vinile di Jasper Carrott chiamato “Carrott in Notts” che accompagnò il Southampton a Wembley per la finale di FA Cup. Era il primo di maggio e la città era vuota. Letteralmente. Tutti a Londra. O tutti davanti alla TV. A colori o in bianco e nero. Anzi in bianco e rosso. La squadra allenata da Lawrie McMenemy la stava per combinare grossa. McMenemy era uno del nord, di Gateshead, specchio fedele della Newcastle che si affaccia sul Tyne. Aveva il naso grosso e un sorriso accennato. Veniva dal Grimsby Town dove si era aggiudicato un campionato. Al vecchio Dell troverà un club di seconda Divisione formato da un gruppo non giovanissimo. Eppure il destino aveva in serbo un regalo: quella coppa d’argento, posata sul palco reale davanti alla Regina Elisabetta. Lucente, come le maglie gialle indossate quel giorno dai Santi.

Il Manchester United aveva il dente avvelenato. L’infausta retrocessione patita due anni prima, e per ironia della sorte dettata dall’ex Dennis Law davanti ai muri piangenti del tempio di Old Trafford andava vendicata con una grande vittoria. Tommy Docherty, manager scozzese dei Red Devils, lo sapeva, e non doveva sbagliare.

Centomila. Ian Turner portiere del Southampton, lì vede. Non è un miraggio. E allora si esalta. Quando l’orologio nei primi venti minuti decide di non scorrere il santo è solo lui. Para tutto, gioca la partita della sua vita e infonde fiducia alla squadra. Qualcuno alla BBC disse che il risultato non poteva essere che in doppia cifra a favore di quelli di Manchester.

Oracoli cattivi e falsi.

Quando il bus del Southampton era penetrato a fatica fra due ali di tifosi entusiasti nel cuore di Wembley, il mezzo aveva involontariamente colpito uno spettatore e tutti i giocatori si erano molto preoccupati quando entrarono negli spogliatoi. Peter Rodrigues, il capitano, non era affatto tranquillo. Tornò in strada. Chiese informazioni. Lo rassicurarono, tutto a posto, il ragazzo stava bene. Solo allora indossò la maglia, la fascia di capitano ed entrò nella luce abbagliante del campo. E come tutti i capitani ha qualche ferita. Nel fisico e nel cuore. Si riconosceva subito. Inconfondibile quel gallese. Il capello brizzolato, un leggero riporto e gli occhi azzurri sopra baffi da ufficiale di frontiera.

Mike Channon gli si avvicinò durante la rituale presentazione alle autorità. Channon era un capelluto centrocampista appassionato di cavalli ... Gli disse che non avrebbe scommesso un penny sulla vittoria, ma chi lo farà in fondo avrà fatto bene. Si trattava del classico ossimoro da ippodromo, da chi non dice di aver giocato un brocco 20 contro 1 finché non vince e dimostra a tutti la sua competenza.

In quella squadra c’era anche “Ossie”, Peter Osgood, lo stravagante ex Chelsea approdato a Southampton due stagioni prima. C’era soprattutto l’autore della rete decisiva. Un diagonale bello e preciso, tagliente come una lama nel burro: Bobby Stokes.


Quando ormai la partita si stava incanalando verso un pareggio, il versatile Jimmy McCalliog servì Stokes sulla linea di confine e la palla finì dietro Alex Stepney nell'angolo più lontano, dove le vecchie reti di Wembley si facevano ancora più capienti.

A Southampton si festeggiava. Lì, dove tutto si unisce. Fiumi, mari e oceani.

Simone Galeotti